una immagine delle Ondine

Le Ondine e il Nibelungo

come Alberico si impadronì dell'Oro del Reno'

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🍹 Introduzione

brano scansionato da La Leggenda di Sigfrido, in cui si narra come le Ondine, bellissime ragazze che costodivano l'Oro del Reno, vennero “battute” dal nano Alberico che, pur invaghito dalla loro bellezza, vi preferì il potere datogli dall'Oro. Il racconto è tratto da un libro per ragazzi, di tipo quindi divulgativo, che tuttavia riassume in modo apprezzabile questa leggenda nordica.

«Giù, Giù, Giù, nel fondo verde del Reno, dove l'acqua scorre più cupa; dove guizzano grossi pesci d'argento, e bei gamberi bruni arrancano il passo di traverso fra le rocce più frastagliate e scoscese; dove si aprono crepacci neri che conducono al centro della terra...

In quell'abisso verdazzurro, la vita era un gioco per le Figlie del Reno, le tre Ondine che custodivano l'Oro. Tutto il giorno esse nuotavano, guizzavano nell'acqua come pesci; si rincorrevano, si tuffavano, salivano a galla e si rituffavano con richiami squillanti e risa d'argento che vincevano l'incessante frastuono delle onde.

Erano belle, agili, flessuose; avevano capelli lunghissimi, che il movimento delle acque dipanava e sdipanava continuamente, at-torcigliava come serpenti e distendeva sulla spuma come manti di seta. L'Oro stava sopra una roccia, in fondo al fiume, più elevata che le altre. Quando un raggio di sole scendeva improvviso a colpirlo [p. 21] attraverso l'acqua, esso splendeva come un carbonchio, e sprizzava raggi verdi, rossi, violetti. Allora le belle fanciulle sospendevano i loro giochi, e si arrestavano a contemplarlo con ammirazione sempre nuova. Si mettevano a danzare e a cantargli intorno :

Oro del Reno!
divino raggio! 
glorioso sorriso! 
destati, destati, caro,
destati lieto!
Intorno a te noi giocheremo, 
noi danzeremo; 
acque di fuoco,
onde di fiamma,
noi danzeremo,
noi giocheremo
intorno a te, Oro, 
bell'Oro,
Oro del Reno!

Poi il prezioso metallo si spegneva, come un occhio assonnato su cui scendesse lenta la palpebra; ed esse ricominciavano a giocare, a rincorrersi, a ridere.

* * *

Un giorno, mentre si divertivano come sempre, udirono dal basso una vociaccia

— «Eh, eh! belle bambine! Vale la pena di uscire un poco dalle nebbie del Nibelheim per venire a vedervi, tanto siete carine e allegre!»

— «Chi è là! Chi ci sta a spiare?» — gridarono le Ondine raggruppandosi impaurite. E di dietro uno scoglio videro uscire prima il capo, poi il corpo deforme di un nano. In quei tempi, la terra era piena di nani. Ma i piccoli Gnomi [p.22 ] che abitavano nei boschi, sotto i funghi e tra le fragole, e gli Elfi capricciosi che si appiattivano nei buchi dei tronchi e tra le fronde e gettavano ghiande e nocciole sul naso ai passanti, erano creaturine gentili, solo un po' maliziosette, e molto spesso anche benefiche.

Invece, nel Nibelheim (il regno della nebbia), che si affondava nelle caverne e negli abissi sotterranei, viveva la razza orribile e malvagia dei Nibelunghi, lavoratori instancabili e insuperabili dei metalli, ma nemici della luce e del bene, degli uomini e degli dèi.

Alberico era uno di essi. Bassissimo di statura, ma robusto e tozzo, era gobbo e rattrappito; aveva piedi, mani e testa enormi; il suo viso bestiale esprimeva malizia e crudeltà; e in quel momento era illuminato e reso ancora più odioso da un vile sorriso di ammirazione davanti a quelle graziose creature.

Le Figlie del Reno ne ebbero paura, dapprima.

«Attente all'Oro!» — si dissero a vicenda.

E a lui: «Che fai qui? Che vuoi da noi?»

«Disturbo forse i vostri giochi? Se voleste scendere un poco più in basso, volentieri mi unirei ai vostri trastulli.»

«Dice sul serio?» — bisbigliarono le tre Ondine ricominciando a ridere. «Siete così carine e allegre! Perché non venite un po' a consolare il povero Nibelungo che è sempre laggiù ad affaticarsi nel suo oscuro regno? Perché non vorrebbe una di voi venire con me ed essere la mia piccola sposa? Potrei offrirle molte ricchezze: anelli, braccialetti d'oro e d'argento a profusione, e diamanti e pietre preziose!»

«Oh! oh!, è innamorato di noi, sapete?» — disse una delle Ondine alle sorelle. — «E noi che ce n'eravamo spaventate!» E un'altra: «State a vedere.» E con cenni di risa alle compagne, discese a posarsi sulla sommità dello scoglio ai piedi del quale stava il nano. «Vieni su, dunque; vieni a sceglierti una di noi!»

Il nano, che poteva benissimo respirare sott'acqua, ma non sapeva nuotare, si aggrappò al sasso e tentò di scalarlo; ma sdrucciolava e incespicava; e l'acqua a cui non era avvezzo lo [p.23] faceva starnutire a più non posso, tra i sonori scoppi di risa delle tre birichine. E quando, con sforzi infiniti, fu in cima, l'Ondina prese lo slancio e andò a posarsi leggera sopra uno scoglio più lontano, ridendo come una pazzerella.

Incominciarono cosí un gioco in cui ora l'una ora l'altra lo lasciava avvicinarsi fin quasi a raggiungerla, e poi via con un guizzo e una risata. Il povero nano balzava di roccia in roccia con incredibile agilità; scivolava, ruzzolava, si rialzava, si arrampicava di nuovo con mani e piedi; e quando si credeva d'essere sul punto di ghermirne una, urlava: «Sei mia! Sei mia! Ti porterò con me nel Nibelheim!»

Ma quella, schernendolo, gli sfuggiva : «Vieni a prendermi quassù! No, qui più in basso! No, qui più in alto!» E tutte ridevano e lo beffavano: «Come sei brutto, nano! Come sei brutto! Non lo voglio uno sposo come te!» «Brutto? Non vedete quanto è vezzoso? Non sentite che vocina quando gracida? Non vedete che salta come una rana? Oh, il bello sposino!» — «Lo voglio io!» — «No, io!» — «No, io!»

La pazienza del nano non durò a lungo; si accese d'una collera cieca e si scagliò sulle tre fanciulle, furibondo : «Eppure una di voi sarà mia!» Le guizzanti fanciulle ebbero un attimo di sgomento.

Ma in quel punto l'Oro si risvegliò; s'accese di un fuoco ardente che scese, attraverso l'acqua, e l'illuminò tutta, come un rivo di luce magica. Le Ondine per incanto cessarono i giochi, e immemori d'ogni altra cosa, circondando l'Oro con armoniose ondulazioni di danza, intonarono il canto:

Oro del Reno!
 divino raggio! 
glorioso sorriso! [p.24]
destati, destati caro,
destati lieto!
Intorno a te noi giocheremo,
noi danzeremo; 
acque di fuoco,
onde di fiamma,
noi danzeremo,
noi giocheremo
intorno a te, 
Oro, bell'Oro, 
Oro del Reno!

Alberico si era fermato, e, guardando meravigliato, chiedeva alle sue beffatrici: «Che cos'è, fanciulle?»

— «E di dove vieni dunque, se non sai che quello è l'Oro del Reno? Non sai del famoso occhio d'oro che dorme in fondo al gran fiume, e di quando in quando si sveglia e ride come una stella nell'acqua? Vieni ad ammirarlo con noi. Guarda come ci bagniamo nella sua luce. Non vuoi venire anche tu?»

«Fate tanto caso a quel pezzetto d'oro? Se non ha altro pregio che quello di brillare un poco, ve n'è ben di più nel mio Nibelheim!»

— «Non parleresti cosi se conoscessi la sua virtù. Non sai che chi di quest'oro si facesse un anello diventerebbe padrone del mondo?»

— «Attente, sorelle!» — disse la più prudente di quelle sventate. — «Sapete pure che il padre ci disse di custodirlo bene, perché qualche ladro non venisse a rubarlo. Non riveliamo il suo segreto potere!»

— «Che cosa temi? Sai bene che solo chi rinnega l'amore può farne un anello; e non vedi com'è innamorato il nostro bello spasimante?»

E ricominciavano : «Vieni a ridere con noi, vezzoso nano! Come sei bello nella luce dell'Oro!» Ma Alberico non ascoltava più. [p.25]

D'un balzo fu ai piedi della roccia. Come una scimmia s'arrampicò, fu in cima. «Burlatevi dunque di me, maledette ragazze!» — gridò. — «Ecco, io vi prendo il vostro trastullo. L'anello è mio! Acque del Reno, siate voi testimoni delle mie parole! Io rinnego e maledico l'amore

E afferrato l’Oro, che mandava ancora sprazzi come un fuoco che si spegne, lo strappò via, saltò giù e spari in un crepaccio fra torbide bolle.

Le Ondine, atterrite, si slanciarono per inseguirlo. — «Prendiamolo! Salviamo l'Oro!» — Ma immediatamente sull'acqua discese un'oscurità profonda. Si udi ancora dal fondo un ghigno beffardo; poi il lamento delle Figlie del Reno costernate; poi più nulla.»


Tratto da La leggenda di Sigfrido(ed. Mursia)

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